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Nel mio intervento
farò una panoramica sull'evoluzione della pianificazione strategica
in Italia, partendo dalla considerazione che questa è ormai una
pratica diffusa ed in continua espansione su tutto il territorio, basti
pensare che dal 2000 ad oggi, una trentina di città si sono avvicinate
alla pianificazione strategica come strumento di governo.
Credo che questo sia il primo indicatore della sua efficacia: i piani
hanno mostrato che governare le città in questo modo è possibile
ed in molti casi sono riusciti ad intervenire sui processi decisionali
cambiando le logiche ed i comportamenti, e riuscendo a realizzare cose
che altrimenti non si sarebbero potute fare.
Abbiamo appena presentato a Napoli alcune esperienze ritenute di eccellenza,
proprio perché hanno reso possibile interventi trainanti l'intero
processo di sviluppo locale.
Mi riferisco a Torino Wireless, un progetto di distrettualizzazione della
tecnologia dell'informazione e della comunicazione, sempre a Torino, al
progetto Atrium per la comunicazione dell'immagine della città
all'estero, a Verona con la creazione di un Polo Finanziario, a La Spezia
con il Waterfront, un processo di trasformazione urbana di amplissima
portata che rappresenta l'idea forte di un cambiamento della città
e del suo rapporto con il mare e, nel campo dell'alta formazione, con
il progetto di costruzione di un polo universitario per un distretto delle
tecnologie marine. A Firenze la Città del Restauro mette insieme
interventi operativi di formazione e ricerca nel campo del restauro per
migliorare l'applicazione dell'alta tecnologia alla valorizzazione e conservazione
dei beni culturali.
In tutti questi casi di successo, a prescindere dagli interventi specifici,
la pianificazione strategica ha dato risposta a grandi problemi del governo
locale, producendo una rottura forte con i modelli tradizionali di pianificazione
e, in primo luogo, con i problemi di comportamento dei soggetti coinvolti.
I piani, infatti, permettono e hanno permesso di ritrovare l'equilibrio
tra il momento politico ed il momento dell'amministrazione, costruendo
meccanismi e procedure regolamentate, anche se non istituzionalizzate,
di coinvolgimento di tutti i soggetti del territorio nella definizione
delle scelte prioritarie di sviluppo.
Dico "regolamentate" perché i tavoli ed i gruppi di lavoro
che si costruiscono intorno a temi più o meno settoriali dello
sviluppo locale, nel tempo diventano sedi permanenti di confronto continuo
di una comunità ampia, pubblica e privata, che raccoglie tutti
i soggetti decisori.
Tornando al tema principale del convegno: la pianificazione strategica,
continuità e cambiamento, credo che oggi, rispetto a due o tre
anni fa, il primo elemento di novità sia il mutamento della mappa
italiana dei piani strategici, che sostanzialmente vede l'entrata in scena
delle città del Sud.
A parte alcune eccezioni tra cui Barletta, Caserta, Catania, che si sono
mosse in anni più lontani, altre città come Napoli, Bari,
Alghero, Olbia, Siracusa, Lamezia Terme, Lecce, Potenza, Palermo stanno
oggi intraprendendo la pianificazione strategica.
Questo fenomeno si sta diffondendo al Sud da pochissimi anni anche grazie
ad un politica di incentivi del governo centrale. Mi riferisco alla Delibera
CIPE del 2004, alla cui definizione la Rete delle Città Strategiche
ha dato un contributo importante, attraverso l'inserimento della possibilità
per la pianificazione strategica di essere oggetto di finanziamento e
attraverso l'innalzamento della percentuale dei fondi complessivi stanziati
per tale processo dal 5% al 10%.
Oggi, indipendentemente dall'utilizzo o meno di questi fondi, le città
stanno partendo e la prima cosa che salta agli occhi dai documenti di
preparazione, dalle delibere di intesa, dai protocolli o anche dagli studi
veri e propri di prefattibilità è la persistenza di elementi
che hanno connotato la pianificazione strategica in Europa ed hanno caratterizzato
anche le esperienze italiane pioniere. Mi riferisco in primo luogo ad
una visione condivisa di sviluppo, all'integrazione delle politiche e
degli attori, alla dimensione di area vasta, alla prospettiva di medio-lungo
periodo, al dialogo ed al confronto come modello su cui costruire le strategie
di sviluppo.
Questi sono alcuni elementi che, seppure chiaramente declinati in maniera
diversa a seconda dei contesti specifici e delle esigenze particolari,
si riconfermano come distintivi della pianificazione strategica.
Se le motivazioni generali per cui le città del Sud si avvicinano
al metodo della pianificazione strategica rimangono le stesse delle città
del Centro-nord, in sostanza la crisi di un modello di governo locale,
la crisi del sistema dei partiti, della rappresentanza politica, la globalizzazione
economica e la competizione internazionale delle città, le motivazioni
particolari sono in parte diverse.
I casi meridionali, infatti, sembrano oggi avvicinarsi a tale strumento
soprattutto per trovare risorse politiche, e questo significa una maggiore
capacità di costruire il consenso, risorse economiche, ossia finanziamenti
per realizzare opere pubbliche ed infrastrutture di cui ancora sono carenti,
risorse tecniche per la costruzione di un expertise più elevato
nella gestione dei processi decisionali.
In sintesi le città sembrano ricercare un nuovo modo per organizzare
un modello di gestione dello sviluppo, insieme alla valorizzazione del
capitale sociale estremamente frammentato e disperso. In questa prospettiva,
partono dalla forte consapevolezza di dover prima di tutto promuovere
la cultura della prestazione e della qualità e generare risorse
carenti o nascoste, e al tempo stesso devono rafforzare il rapporto fiduciario
dei cittadini con le istituzioni locali. In questi casi non è tanto
importante realizzare quanto individuare, segnalare e riuscire a mettere
in rete le potenzialità e le competenze per una maggiore capacità
di intercettare gli interessi locali e costruire progetti integrati, stando
però molto bene attenti a non separare la trasformazione fisica
delle città dalla coesione sociale e dall'occupazione.
Non a caso il Piano Strategico di Napoli ruota tutto intorno a tre assi
dal titolo indicativo: "Competenza, Creatività e Connessione".
Inoltre, le città del Meridione si affacciano alla pianificazione
strategica con un'altro elemento di consapevolezza: per essere all'altezza
della competizione internazionale, la pianificazione deve riuscire a collegarsi
fortemente alla scala regionale e trans-regionale per portare tutte le
regioni meridionali nei prossimi anni dall'obiettivo della coesione a
quello della convergenza.
Il nuovo Piano di Napoli, ad esempio, pone un'attenzione fortissima alla
governance multilivello, con un collegamento esplicito e forte agli orientamenti
della legge finanziaria, del Quadro Strategico Nazionale, del Quadro Strategico
Regionale ed ai canali di finanziamento che rientrano nel quadro comunitario
2007-2013.
Oltre all'entrata
in scena del Sud, altri elementi di novità evidenziano un'evoluzione
anche rispetto al significato stesso della pianificazione strategica e
ci fanno parlare di "seconda generazione" dei piani strategici.
Innanzitutto, oggi si tenta di dare una risposta concreta al tema dei
rapporti interistituzionali, tenuto in sospeso durante tutto il primo
quinquennio.
I piani si stanno attrezzando per rafforzare la cooperazione orizzontale
e verticale, sostenendo una maggiore integrazione con la provincia e la
regione ma anche con il governo centrale, anche sulla spinta dei nuovi
scenari nazionali che vedono la costruzione delle città metropolitane
al centro del dibattito.
A Firenze, ad esempio, il piano sta dando un contributo fondamentale alla
costruzione di quella che è stata definita "l'unione metropolitana",
formata da 11 comuni della prima cintura fiorentina e che tende a rappresentare
un primo passo verso la città metropolitana anche attraverso il
collegamento Firenze-Prato-Pistoia, e l'aggregazione di alcune funzioni
chiave come l'urbanistica, la mobilità, la polizia locale e le
attività produttive.
La Spezia ha redatto il secondo piano strategico insieme alla Provincia.
Il Sindaco ha dichiarato apertamente che è strategico e comunale
non sono termini compatibili. A Torino il secondo piano strategico fa
riferimento esplicito all'obiettivo principale di aumentare la capacità
di selezione delle priorità intervenendo sulla sfera istituzionale.
Venezia ha appena firmato un protocollo di intesa con Padova per la costruzione
della città metropolitana nell'ambito territoriale che comprende
tutta l'area del Nord-est. A Barletta il piano strategico si sta evolvendo
verso un piano di area vasta a seguito dei nuovi scenari derivanti dalla
costituzione della nuova provincia.
L'altro tema è quello della programmazione integrata: oggi, infatti,
si sta passando da un'integrazione dei progetti ad "un'integrazione
delle programmazioni", attraverso un rapporto più forte tra
i vari piani di settore e tra la programmazione e locale e quella sovralocale.
Un altro elemento di novità è da riscontrarsi nell'attenzione
che si pone sempre di più alla "strumentazione strategica":
alle procedure, ai meccanismi possibili, finanziari e legislativi, per
realizzare , monitorare e valutare le politiche e per rafforzare la trasversalità
sia tra i progetti che tra gli interlocutori.
In passato, infatti, è stata più volte riscontrata la difficoltà
nel passaggio dalla progettazione alla realizzazione e l'inadeguatezza
degli strumenti e delle risorse a disposizione per poter gestire un processo
di tale portata.
L'ultima novità è certamente quella della politica dei grandi
eventi. Barcellona su questo ci ha insegnato moltissimo, poiché
per prima ha accompagnato un grande evento ad una strategia di sviluppo
complessiva di lungo periodo per rilanciare l'immagine e l'economia della
città. Oggi questo avviene a Roma con il festival del cinema, a
Genova con il festival della scienza, a Modena con il festival della filosofia
, a Pesaro con la Rossini Opera Festival.
In questo senso i piani strategici stanno diventando in molte città
luogo di promozione e gestione di tali iniziative, mi riferisco in primo
luogo a Torino con le Olimpiadi invernali. Firenze sta organizzando le
celebrazioni galileiane che nel 2009 dovrebbero celebrare i quattrocento
anni dalle scoperte di Galileo Galilei. Da sottolineare, inoltre, la recente
candidatura di Napoli al Forum universale della cultura per il 2013.
Per concludere, vorrei evidenziare due nodi che sono ancora presenti e
forti e devono essere affrontati con maggiore attenzione rispetto al passato.
Il primo nodo riguarda l'istituzionalizzazione del piano ed il suo riconoscimento
come forma di governo a tutti gli effetti, anche attraverso strumenti
premiali, attribuzione di risorse aggiuntive e poteri per le città
che intraprendono questo percorso.
Se parte della forza dei piani è proprio quella di non essere istituzionalizzati,
è altrettanto vero che ancora forte è la reticenza ad attribuire
al piano strategico la fiducia necessaria a renderlo un contenitore nel
quale vengono fatte le scelte rilevanti, come avviene in molte città
europee. Il rischio, infatti è che i piani diventino dei luoghi
in cui si ripropongono decisioni già prese altrove o si formulino
semplici dichiarazioni di intenti che però non vengono assunte
come effettive responsabilità di governo.
L'atro punto nodale è il cambiamento della macchina amministrativa.
A mio avviso il piano dovrebbe occuparsene sin dall'inizio e ciò
non è avvenuto in passato se non qualche caso sporadico come La
Spezia e Bolzano che hanno mostrato una capacità forte di portare
avanti questi due processi parallelamente. Oggi, tuttavia, è ancora
largamente insufficiente la capacità degli enti locali di svolgere
al regia dei processi decisionali, della programmazione e dell'attuazione
degli interventi.
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