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L'opinione di...
 
Raffaella Florio, Coordinatrice ReCS -Rete delle Città Strategiche.
(Tratto dal convegno "Una nuova generazione di Piani Strategici in Italia: la continuità e il cambiamento" tenutosi a Roma il 23 maggio 2007 in occasione di Forum PA '07)

Nel mio intervento farò una panoramica sull'evoluzione della pianificazione strategica in Italia, partendo dalla considerazione che questa è ormai una pratica diffusa ed in continua espansione su tutto il territorio, basti pensare che dal 2000 ad oggi, una trentina di città si sono avvicinate alla pianificazione strategica come strumento di governo.
Credo che questo sia il primo indicatore della sua efficacia: i piani hanno mostrato che governare le città in questo modo è possibile ed in molti casi sono riusciti ad intervenire sui processi decisionali cambiando le logiche ed i comportamenti, e riuscendo a realizzare cose che altrimenti non si sarebbero potute fare.
Abbiamo appena presentato a Napoli alcune esperienze ritenute di eccellenza, proprio perché hanno reso possibile interventi trainanti l'intero processo di sviluppo locale.
Mi riferisco a Torino Wireless, un progetto di distrettualizzazione della tecnologia dell'informazione e della comunicazione, sempre a Torino, al progetto Atrium per la comunicazione dell'immagine della città all'estero, a Verona con la creazione di un Polo Finanziario, a La Spezia con il Waterfront, un processo di trasformazione urbana di amplissima portata che rappresenta l'idea forte di un cambiamento della città e del suo rapporto con il mare e, nel campo dell'alta formazione, con il progetto di costruzione di un polo universitario per un distretto delle tecnologie marine. A Firenze la Città del Restauro mette insieme interventi operativi di formazione e ricerca nel campo del restauro per migliorare l'applicazione dell'alta tecnologia alla valorizzazione e conservazione dei beni culturali.
In tutti questi casi di successo, a prescindere dagli interventi specifici, la pianificazione strategica ha dato risposta a grandi problemi del governo locale, producendo una rottura forte con i modelli tradizionali di pianificazione e, in primo luogo, con i problemi di comportamento dei soggetti coinvolti.
I piani, infatti, permettono e hanno permesso di ritrovare l'equilibrio tra il momento politico ed il momento dell'amministrazione, costruendo meccanismi e procedure regolamentate, anche se non istituzionalizzate, di coinvolgimento di tutti i soggetti del territorio nella definizione delle scelte prioritarie di sviluppo.
Dico "regolamentate" perché i tavoli ed i gruppi di lavoro che si costruiscono intorno a temi più o meno settoriali dello sviluppo locale, nel tempo diventano sedi permanenti di confronto continuo di una comunità ampia, pubblica e privata, che raccoglie tutti i soggetti decisori.
Tornando al tema principale del convegno: la pianificazione strategica, continuità e cambiamento, credo che oggi, rispetto a due o tre anni fa, il primo elemento di novità sia il mutamento della mappa italiana dei piani strategici, che sostanzialmente vede l'entrata in scena delle città del Sud.
A parte alcune eccezioni tra cui Barletta, Caserta, Catania, che si sono mosse in anni più lontani, altre città come Napoli, Bari, Alghero, Olbia, Siracusa, Lamezia Terme, Lecce, Potenza, Palermo stanno oggi intraprendendo la pianificazione strategica.
Questo fenomeno si sta diffondendo al Sud da pochissimi anni anche grazie ad un politica di incentivi del governo centrale. Mi riferisco alla Delibera CIPE del 2004, alla cui definizione la Rete delle Città Strategiche ha dato un contributo importante, attraverso l'inserimento della possibilità per la pianificazione strategica di essere oggetto di finanziamento e attraverso l'innalzamento della percentuale dei fondi complessivi stanziati per tale processo dal 5% al 10%.
Oggi, indipendentemente dall'utilizzo o meno di questi fondi, le città stanno partendo e la prima cosa che salta agli occhi dai documenti di preparazione, dalle delibere di intesa, dai protocolli o anche dagli studi veri e propri di prefattibilità è la persistenza di elementi che hanno connotato la pianificazione strategica in Europa ed hanno caratterizzato anche le esperienze italiane pioniere. Mi riferisco in primo luogo ad una visione condivisa di sviluppo, all'integrazione delle politiche e degli attori, alla dimensione di area vasta, alla prospettiva di medio-lungo periodo, al dialogo ed al confronto come modello su cui costruire le strategie di sviluppo.
Questi sono alcuni elementi che, seppure chiaramente declinati in maniera diversa a seconda dei contesti specifici e delle esigenze particolari, si riconfermano come distintivi della pianificazione strategica.
Se le motivazioni generali per cui le città del Sud si avvicinano al metodo della pianificazione strategica rimangono le stesse delle città del Centro-nord, in sostanza la crisi di un modello di governo locale, la crisi del sistema dei partiti, della rappresentanza politica, la globalizzazione economica e la competizione internazionale delle città, le motivazioni particolari sono in parte diverse.
I casi meridionali, infatti, sembrano oggi avvicinarsi a tale strumento soprattutto per trovare risorse politiche, e questo significa una maggiore capacità di costruire il consenso, risorse economiche, ossia finanziamenti per realizzare opere pubbliche ed infrastrutture di cui ancora sono carenti, risorse tecniche per la costruzione di un expertise più elevato nella gestione dei processi decisionali.
In sintesi le città sembrano ricercare un nuovo modo per organizzare un modello di gestione dello sviluppo, insieme alla valorizzazione del capitale sociale estremamente frammentato e disperso. In questa prospettiva, partono dalla forte consapevolezza di dover prima di tutto promuovere la cultura della prestazione e della qualità e generare risorse carenti o nascoste, e al tempo stesso devono rafforzare il rapporto fiduciario dei cittadini con le istituzioni locali. In questi casi non è tanto importante realizzare quanto individuare, segnalare e riuscire a mettere in rete le potenzialità e le competenze per una maggiore capacità di intercettare gli interessi locali e costruire progetti integrati, stando però molto bene attenti a non separare la trasformazione fisica delle città dalla coesione sociale e dall'occupazione.
Non a caso il Piano Strategico di Napoli ruota tutto intorno a tre assi dal titolo indicativo: "Competenza, Creatività e Connessione".
Inoltre, le città del Meridione si affacciano alla pianificazione strategica con un'altro elemento di consapevolezza: per essere all'altezza della competizione internazionale, la pianificazione deve riuscire a collegarsi fortemente alla scala regionale e trans-regionale per portare tutte le regioni meridionali nei prossimi anni dall'obiettivo della coesione a quello della convergenza.
Il nuovo Piano di Napoli, ad esempio, pone un'attenzione fortissima alla governance multilivello, con un collegamento esplicito e forte agli orientamenti della legge finanziaria, del Quadro Strategico Nazionale, del Quadro Strategico Regionale ed ai canali di finanziamento che rientrano nel quadro comunitario 2007-2013.

Oltre all'entrata in scena del Sud, altri elementi di novità evidenziano un'evoluzione anche rispetto al significato stesso della pianificazione strategica e ci fanno parlare di "seconda generazione" dei piani strategici. Innanzitutto, oggi si tenta di dare una risposta concreta al tema dei rapporti interistituzionali, tenuto in sospeso durante tutto il primo quinquennio.
I piani si stanno attrezzando per rafforzare la cooperazione orizzontale e verticale, sostenendo una maggiore integrazione con la provincia e la regione ma anche con il governo centrale, anche sulla spinta dei nuovi scenari nazionali che vedono la costruzione delle città metropolitane al centro del dibattito.
A Firenze, ad esempio, il piano sta dando un contributo fondamentale alla costruzione di quella che è stata definita "l'unione metropolitana", formata da 11 comuni della prima cintura fiorentina e che tende a rappresentare un primo passo verso la città metropolitana anche attraverso il collegamento Firenze-Prato-Pistoia, e l'aggregazione di alcune funzioni chiave come l'urbanistica, la mobilità, la polizia locale e le attività produttive.
La Spezia ha redatto il secondo piano strategico insieme alla Provincia. Il Sindaco ha dichiarato apertamente che è strategico e comunale non sono termini compatibili. A Torino il secondo piano strategico fa riferimento esplicito all'obiettivo principale di aumentare la capacità di selezione delle priorità intervenendo sulla sfera istituzionale. Venezia ha appena firmato un protocollo di intesa con Padova per la costruzione della città metropolitana nell'ambito territoriale che comprende tutta l'area del Nord-est. A Barletta il piano strategico si sta evolvendo verso un piano di area vasta a seguito dei nuovi scenari derivanti dalla costituzione della nuova provincia.
L'altro tema è quello della programmazione integrata: oggi, infatti, si sta passando da un'integrazione dei progetti ad "un'integrazione delle programmazioni", attraverso un rapporto più forte tra i vari piani di settore e tra la programmazione e locale e quella sovralocale.
Un altro elemento di novità è da riscontrarsi nell'attenzione che si pone sempre di più alla "strumentazione strategica": alle procedure, ai meccanismi possibili, finanziari e legislativi, per realizzare , monitorare e valutare le politiche e per rafforzare la trasversalità sia tra i progetti che tra gli interlocutori.
In passato, infatti, è stata più volte riscontrata la difficoltà nel passaggio dalla progettazione alla realizzazione e l'inadeguatezza degli strumenti e delle risorse a disposizione per poter gestire un processo di tale portata.
L'ultima novità è certamente quella della politica dei grandi eventi. Barcellona su questo ci ha insegnato moltissimo, poiché per prima ha accompagnato un grande evento ad una strategia di sviluppo complessiva di lungo periodo per rilanciare l'immagine e l'economia della città. Oggi questo avviene a Roma con il festival del cinema, a Genova con il festival della scienza, a Modena con il festival della filosofia , a Pesaro con la Rossini Opera Festival.
In questo senso i piani strategici stanno diventando in molte città luogo di promozione e gestione di tali iniziative, mi riferisco in primo luogo a Torino con le Olimpiadi invernali. Firenze sta organizzando le celebrazioni galileiane che nel 2009 dovrebbero celebrare i quattrocento anni dalle scoperte di Galileo Galilei. Da sottolineare, inoltre, la recente candidatura di Napoli al Forum universale della cultura per il 2013.
Per concludere, vorrei evidenziare due nodi che sono ancora presenti e forti e devono essere affrontati con maggiore attenzione rispetto al passato.
Il primo nodo riguarda l'istituzionalizzazione del piano ed il suo riconoscimento come forma di governo a tutti gli effetti, anche attraverso strumenti premiali, attribuzione di risorse aggiuntive e poteri per le città che intraprendono questo percorso.
Se parte della forza dei piani è proprio quella di non essere istituzionalizzati, è altrettanto vero che ancora forte è la reticenza ad attribuire al piano strategico la fiducia necessaria a renderlo un contenitore nel quale vengono fatte le scelte rilevanti, come avviene in molte città europee. Il rischio, infatti è che i piani diventino dei luoghi in cui si ripropongono decisioni già prese altrove o si formulino semplici dichiarazioni di intenti che però non vengono assunte come effettive responsabilità di governo.
L'atro punto nodale è il cambiamento della macchina amministrativa. A mio avviso il piano dovrebbe occuparsene sin dall'inizio e ciò non è avvenuto in passato se non qualche caso sporadico come La Spezia e Bolzano che hanno mostrato una capacità forte di portare avanti questi due processi parallelamente. Oggi, tuttavia, è ancora largamente insufficiente la capacità degli enti locali di svolgere al regia dei processi decisionali, della programmazione e dell'attuazione degli interventi.

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